Non è mai stata una tua dote, capire.
Ti ho vista bagnare le dita in quell'assurda quotidianità di specchi deformati che costituivano le tue percezioni, così vere, così meschinamente vere, costruire certezze con lo spago annodato, e vedertici impiccare uno per uno quelli che ti chiedevano il perché del susseguirsi delle lune. Non hai mai accettato un giorno senza ridipingerlo dell'attrazione che esercitava su di te l'incompiuta, confusa vaghezza dei sensi vietati. Ti ho vista correre in prati di filo spinato come fossero margherite, fermarti a giocare con i copertoni rotti della nostra vita insieme, dormire, sognare la realtà che vivevi da sveglia non credendo che fosse, dovesse essere meglio. Non è l'amore che rinnego, non è la tua anima così infantile – che teme niente come una bambina, che ama immensamente come una bambina – non sono tutte le ore che ho passato a guardarti, desiderando di esserti vicino agli occhi come un ricordo. È solo l'immenso oceano che separa il tuo capire dal mio sentire, un oceano che non è fatto di incomprensioni, di magnifiche possibilità dell'esistenza, ma è un oceano di sabbie mobili, in cui poco a poco ti vedo sprofondare, ferma, con lo sguardo pieno della certezza di chi sa di essere altrove.