Sono settimane che ti vedo travestita
da mille metafore, nelle nostre giornate inconcluse di discussioni
inconcludenti, nelle ansie dell'incertezza, nell'eccitazione
dell'incertezza, in quei gesti incisi sulle solite pareti panna che
imprigionano le emozioni, nelle luci artificiali dei tuoi occhi che
fanno da contorno al solito mal di testa che mi viene quando guardo
la rettitudine fatiscente con cui mi lacrimi addosso i tuoi forse,
io, così dannatamente incosciente dell'arrendevolezza che la mia
bocca non può arginare, che le mie dita non possono trattenere, di
quell'irrequietezza che ti scorre addosso fino a bagnarti le caviglie
mentre corri in giri di parole, fino ad annegare i terremoti che
tieni intrappolati fra le costole, fino a leccarti tutte le ferite,
per ricordare con la lingua il sapore amaro di chi ti ama senza nulla in
cambio.
Ricalibro la mira per colpirti dritta
nelle paure, nel momento in cui chiudi gli occhi mentre ti coglie il
sonno. Non c'è spazio per me sulla tua pelle, non ci sarà mai. Nei
tuoi polsi scorre l'odore del sangue bruciato dagli amori incompiuti.
Segui le linee che hai tatuate addosso soltanto per tenerti occupata
tutta la vita a non andare da nessuna parte.
Sparisci, annullati. Persino la terra
trema, perché non puoi farlo anche tu.